GRAN VARIETA’
"Variety Is The Spice" è il titolo di un bel disco del batterista Louis Hayes degli anni Settanta: un lavoro apparentemente frammentario, il cui repertorio si basava su ispirazioni di (appunto) varia natura, in cui si ritrovavano ante litteram composizioni da Freddie Hubbard a Marvin Gaye, da Kaper-Washington a Rodgers-Hammerstein, tra musical, colonna sonora, jazz modale e soul music: insomma una ricognizione molto ampia nel tempo e nello spazio dell'universo afroamericano dell'epoca, in un periodo in cui nel mondo del jazz questo non andava ancora di moda. Oggi è - o dovrebbe essere - ben diverso: essendo sempre connessi, la circolazione delle informazioni, delle idee, delle ispirazioni sembra moneta corrente, e soprattutto il lavoro dell'artista ne risulta avvantaggiato: a patto di avere qualcosa di sensato da comunicare, web o non web.
"Gran varietà", allora, e questo non è solo il titolo di un popolarissimo programma radiofonico della RAI tra anni Sessanta e Settanta: il concetto di "varietà", nel mondo dello spettacolo, è sempre stato sinonimo di interessante e divertente sfoggio di intelligenza ed estro, di capacità di intrattenere e stimolare il pubblico, di affascinarlo ed esilararlo, mostrando differenti capacità e soluzioni da mettere in scena per suscitare ammirazione ed applausi, ma in definitiva per condividere idee e riflessioni. Ciò che è poi la méta finale per qualunque artista, il senso del suo lavoro, del suo studio, dei suoi sforzi, della sua stessa vita, pena altrimenti una ripetitività ed una noia mortali.
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Il 2010 è stato definito dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite "Anno internazionale della biodiversità". La biodiversità è un concetto che identifica e simbolizza in sé tutto ciò che di vivo ferve e pulsa nel nostro pianeta. In questo termine è compresa ogni specie vivente, vegetale o animale (compresi i funghi, che ancora non si è ben capito cosa siano.), ma c'è di più: la biodiversità rimanda immediatamente al concetto di "ecosistema", di quell'equilibrio necessario, forse magico, che governa la convivenza tra gli organismi, ne regge le sorti e ne assegna i ruoli perché ciascuno, recitando (o suonando) la sua parte, contribuisca alla riuscita del Grande Spettacolo del Mondo. Insomma: il mondo è bello perché è vario (nell'avanspettacolo si sarebbe detto "avariato", ma noi non siamo così cinici.).
Ma perché "the show could go on", lo spettacolo vada avanti, la biodiversità va perseguita e salvaguardata: il che vuol dire credere convintamente che ogni specie vivente abbia la sua dignità ed il suo insopprimibile diritto all'esistenza. E' indispensabile mantenere puliti ed incontaminati fondali e coscienze (ma se guardate un telegiornale, vi cadranno sconsolatamente le braccia): ed anche nel mondo della cultura, dell'arte, dello spettacolo non possono esservi eccezioni, pena una catastrofe naturalistica.
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Il pericolo sempre in agguato - e decisamente in azione, ai nostri giorni - è l'omologazione, quella perseguita con apparente leggerezza ed invece sistematica ferocia dall'economia e dai mass media, governati nelle loro logiche solo da stock options, derivati, audience e copie vendute: un vero e proprio genocidio culturale, una modificazione genetica di massa che mette a rischio l'esistenza non solo di altre colture oltre alla soia ed al mais, ma anche di altre culture, ed altre arti. Il rischio in definitiva è l'estinzione di specie protette, del buon gusto e della possibilità di scelta nell'apprendere e nel divertirsi, in altre parole nel relazionarsi col mondo. Che cosa sarebbe un mondo popolato solo di "tronisti" ed escort - con la licenza superirore strappata per pietà ai loro sventurati docenti -, se non un gigantesco, perpetuo, monotono bordello violento e afasico?
Ricorderete quella felice esclamazione al Parlamento inglese di Sir Winston Churchill sulla specificità (non solo morfologica) di uomo e donna, "Viva la differenza!". Un motto di spirito tipicamente anglosassone, che celebrava umoristicamente il compiacimento che coglie un maschio che pensa ad una femmina, o viceversa (la variabile gay, ovviamente rispettabilissima ma numericamente in minoranza, è l'eccezione che conferma questa regola, ed anzi anche loro saranno ovviamente d'accordo sul valorizzare la diversità). Ma in un mondo in cui si perdessero il senso ed il gusto delle differenze, mancherebbe infine il confronto con l'altro, che è il sale della vita stessa, l'eros che attrae gli opposti, la curiosità che ci spinge gli uni verso gli altri, sin che non ne scaturisca un frutto positivo, perché vivente.
Dalla curiosità la conoscenza, dalla conoscenza il rispetto: Mongezi Feza, un grande trombettista sudafricano (no vuvuzelas, please.) scrisse un brano che argutamente si intitolava "You Ain't Gonna Know Me, 'Cos You Think You Know Me" ("tu non potrai conoscermi, visto che già pensi di conoscermi").
Imparare a pronunciare il nome di chi proviene da lontano, restare in ascolto della musica che scaturisce letteralmente dalla lingua parlata da chi conosce e vive aspetti diversi dalla nostra cultura e dalla nostra abitudine di vita - una voce che in sé ha la sua etica -, è un primo passo verso il saper gustare le differenze che il mondo racchiude, un primo passo concreto verso l'utopia della pace. "Pace" come rispetto reciproco delle differenze, spesso sorprendenti, altre volte irriducibili, magari non del tutto condivisibili, e non per questo tutte necessariamente ingiuste. Ma non "pace" come il deserto mortuario imposto da chi vince e riscrive la Storia a suo comodo, omologando le ribellioni a colpi di spada, di penna o di azioni bancarie, tanto per ricordare Tacito (e Daniele Sepe, che su questo aspetto diversi anni fa scrisse un bellissimo brano, "Vite perdite").
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Per questi motivi, per l'inevitabile interesse che quindi dovremmo nutrire (o saper riscoprire in noi) verso ciò che si differenzia e si esprime in modalità, lingue o commistioni, anche quest'anno il programma del PHONETICA Jazz Festival si diverte a spaziare tra proposte tra loro distanti, o quantomeno alla ricerca di percorsi divergenti nel settore del jazz, che è già un campo d'azione notevolmente ampio. Dal repertorio più elegante, sensibile ed intimo di Cinzia Spata e Alessandro Gwis alle proposte contemporanee ma sempre tese alla cantabilità del gruppo Melody Makers, alle riflessioni personali in chiave assolutamente moderna del trio di Giuseppe La Pusata, passando attraverso l'energia e la fantasia incontenibili di Antonello Salis ed il rigore trasgressivo - passateci l'ossimoro, che cela tutto un mondo ed un metodo che ci piace, molto - di Marco Sannini ed il suo quartetto Good Vibes, alle prese con il Settecento del barocco, il Novecento del blues ed il XXI secolo di chissà cos'altro. Per poi marcare, lungo la strada, una tappa che è un omaggio alla Lucania da parte di Felice Del Gaudio, un marateota che ha girato il mondo - e non solo quello della musica -, il quale ci condurrà con le proprie "Memorie" attraverso la sua amata regione, e ciò che essa è stata (ed in parte è ancora).
Perché l'unico modo di non omologarsi è conoscere profondamente da dove si proviene, a patto però di non fermarsi, e di continuare il cammino, ovunque esso possa portarci.
Allora, andiamo: e durante il percorso, godiamoci il panorama che di luogo in luogo si manifesterà differente, nella sua sacrosanta Biodiversità. Di questo viaggio, noi speriamo, serberemo splendidi ricordi.
Aldo Bagnoni
Direttore Phonetica Jazz Festival
P.s.: Per caso e per necessità, come spesso accadono le cose belle nella vita, abbiamo incontrato dei compagni di viaggio con cui condivideremo con grande piacere parte della strada di questa estate, l'Ass. "Ateneo Musica Basilicata" col suo festival "I suoni del Campanile". Un paio di tappe comuni, in cui leggeremo su di un "DOPPIO PENTAGRAMMA", ci permetteranno di toccare direttamente con mano auditiva cos'è la "biodiversità musicale", e perché conviene conservarla gelosamente. (Ma, detto tra noi, sappiamo sin d'ora che ne potremo trarre una sola conclusione di alta saggezza filosofica: per varia che sia, "la musica, quando è bella, è bella".)
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