"COSA TI MANGI OGGI?"
"Che ti mangi oggi?" Se lo domandano, con una tipica espressione meridionale, gli amici che si incontrano prima di pranzo. Lo faremo qui anche noi. Badare al nutrimento del corpo, ma anche dello spirito, un tema oggi centrale, soprattutto in Italia. Prendiamo la gastronomia made in Italy, ad esempio: forse l'unico settore che "tira" in un momento di crisi. Vale allora la pena di insistere: abbinare turismo e cultura, altri settori specifici italiani, ecco una ricetta valida e gustosa. Ma questo è troppo semplice: in questa sede potrebbe anche riguardarci, ma proviamo un'altra strada.
A proposito di rapporto tra la tradizione e l'innovazione: in questa bipolarità sta il discorso sul senso, sul valore della "Cultura". E cos'è la "Cultura"? Qualcosa che si mangia? Forse sì. "Parla come mangi", si usava dire, oppure "siamo ciò che mangiamo": la cultura è costitutiva dell'uomo, l'animale culturale per eccellenza, che però nutre appetiti non sempre sani. A volte mangia nei fast food la solita robaccia generica, senz'anima e senza storia, piena di grassi e conservanti, dannosi per la salute e per lo spirito. Altre, invece, mangia i suoi bravi tre-quattro piatti cucinati sempre allo stesso modo, senza avere mai il coraggio di assaggiare cose che magari troverebbe gustose e sorprendenti, e si nasconde dietro concetti stantii, come ad esempio "il cibo etnico è solo una moda passeggera". Eppure, basterebbe riflettere in senso, appunto, culturale, per capire che la cucina, e la cultura, sono storia di commistioni da sempre, che la cultura è l'ibrido per vocazione (e il jazz come sua sottospecie non fa eccezione): cresce e si arricchisce dall'incontro con l'altro da noi.
Pensiamo, per esempio, al ruolo centrale svolto dal pomodoro (ortaggio importato da diversi secoli in Italia, ma americano di origine) nella nostra famosa "dieta mediterranea"; o a come il cous-cous sia un piatto tradizionale anche in Sicilia (il Maghreb è proprio di fronte, separato solo da un breve braccio di mare). Allo stesso modo, i profili melodici agrodolci del blues afroamericano sono alla base di tanta musica italiana, persino di largo consumo (ricordate la celebre diatriba per plagio tra la buonanima di Michael Jackson e Al Bano, vinta per giunta proprio da quest'ultimo?). E ancora, la sesta napoletana di diverse canzoni care al cuore di tanti italiani (anche del Profondo Nord, a quanto pare.), che deriva direttamente dalle speziate scale arabe. La società multietnica (perché multiculturale) è già qui da molto tempo, e chi la teme è oramai ottusamente fuori tempo. Ed essere "fuori tempo" è sempre un delitto inaccettabile, nella musica, nell'arte, nella cultura, e anche nella politica (che pure da esse deriva, o dovrebbe derivare). E per tornare alla "Cultura": la cultura è per l'uomo, e non viceversa. Perciò, la "Cultura" Immutabile, Inamovibile, Immortale, ci appare profondamente Inumana, e quindi da rifuggire come un pericolo, una meta irraggiungibile, lontanissima dall'uomo, dai suoi bisogni e dai suoi sentimenti più profondi e costitutivi. La polvere dei secoli la copre, ne rende indistinte le fattezze, la rende perciò inutilizzabile: se è oramai illeggibile, come i geroglifici di Tutankhamon, nessuno può più identificarcisi, a meno di non tradurli nel linguaggio odierno. "Museo" e "mausoleo", edifici celebrativi di ciò che fu, hanno lo stesso comune etimo mortuario (lo diceva Theodor W. Adorno). In essi regna il silenzio, che sembrerebbe simboleggiare il rispetto e la riflessione, ma che spesso è solo vuoto, assenza (di gente viva, di visitatori, di qualcuno che parli e comunichi). Abbiamo invece bisogno di movimento, di grande confusione sotto il cielo, se vogliamo una situazione almeno un po' migliore (se non proprio eccellente). Ciò che visse a suo tempo, oggi può rivivere ma non clonato, ma transustanziato: che l'albero oramai secco sia humus per piante verdissime e vive.
* * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * *
La cultura, dicevamo. La cultura ha bisogno di essere: e quindi di essere trasmessa, tradotta, tramandata. Questo si può fare con tutti i media oggi disponibili: i libri, i giornali, la radio, internet, la tv (che sembra essere il mezzo più totale, più globale, perciò più efficace; ma così non è, è invece un mezzo insidioso, oramai autoriferito, un contenitore che determina il suo contenuto, mai neutro sin dal suo comparire nel secolo scorso). Ed ecco una tv, anzi una società, la nostra, che premia la mediocrità e la serialità: se sei troppo bravo (il musicista che dopo 15 anni di Conservatorio viene respinto al provino di un reality show), o se grazie all'arte sai riscattarti dalla tua fortemente negativa condizione sociale, non fai notizia e non trovi riscontro positivo (sono esempi in parte autobiografici, citati polemicamente dall'attore siciliano Francesco Benigno). Vengono sottoposti alla pubblica attenzione solo i mediamente devianti sia dall'ordine sociale (basta qualche tatuaggio e qualche piercing in posti improbabili) o da quello della scala temperata (ma involontariamente, non per raffinata ricerca microtonale.). Tanto, chi è stonato viene raddrizzato digitalmente in sala d'incisione col "Pro Tools", e chi non ha, per esempio, i capelli, se li può far sempre aggiungere sui manifesti con un colpetto di "Photoshop". Il computer fa miracoli: è la realtà virtuale, bellezza! E tanto per ampliare un attimo il discorso - col necessario rispetto - al mondo del lavoro in senso classico, la cultura tecnica, cioè quell'esperienza, quel know-how maturato in anni di lavoro ad alto livello tecnologico, piuttosto che la stringente (o soffocante.?) logica del profitto aziendale, salveranno il posto di lavoro di un operaio della Fiat di Melfi (o Pomigliano, o Termini Imerese)? O si ragionerà sempre in termini di grandi numeri (si tratti di produzione di auto, magari delocalizzata dove costa meno, o di biglietti venduti)? E la stessa logica stritolante dell'efficienza, del successo a tutti i costi, applicata meccanicamente al mondo dell'industria culturale, non frustra e non lascia così morire il pensiero, la creatività, la competenza di migliaia e migliaia di artisti, intellettuali, operatori culturali (figure spesso sovrapponibili)?
Ma di quale cultura, poi, possiamo parlare oggi, se - stando ad una recente ricerca OCSE - l'Italia presenta solo il 50% di possessori di un titolo di studio di scuola media secondaria, a fronte della media europea che arriva ai 2/3 della popolazione? Cosa è oggi la "cultura di massa"? Come si modifica attraverso l'intervento non più della tv (in cui non passa più nulla che abbia a che fare con la vera cultura ed il vero popolo), ma bensì del web? Cos'è più virtuale, internet o la televisione? E cos'è più reale? Su You Tube è sorprendente vedere cosa scrivono tanti giovani nei commenti sul "fenomenale" Demetrio Stratos, una voce-orchestra tuttora avanti anni luce su tante comparse da pianobar oggi quotatissime, a ben trent'anni dalla sua morte.
E cos'è oggi la musica? Cosa è per i giovani? Apparentemente dinamica, creativa, piena di energia, in realtà il suono pop odierno, praticamente l'unico da essi conosciuto, è espressione più palestrata che realmente potente, a volte violenta e tetragona, e comunque molto retorica e conformistica. Piace chi urla di più, come nei reality , "Amici" o "Il Grande Fratello" è lo stesso: muta il contesto, ma il metodo, il modo di rapportarsi tra protagonisti, anzi tra persone, è assolutamente identico). Non è "belcanto", dove i polmoni sono un attrezzo del mestiere, anzi non è neppure bello tout court. Solo una desolante teoria di sogni infranti: chi spera di fare successo nel modo dello spettacolo dopo aver cantato un mese con gli amici al karaoke (e magari poi passare alla carriera politica con l'ausilio di qualche esponente di quel mondo), sfoglia non il songbook ma il libro dei sogni. Anzi, visto che oggi si legge davvero poco, funziona più citare la tv: "La Fiera dei Sogni", come quel celebre sceneggiato Rai degli anni Sessanta - oggi lo si direbbe una fiction, ed il termine, per etimo, si lega a "fittizio" e "finzione". "Uno su mille ce la fa", e gli altri tutti a casa, sono stati "nominati", giustiziati "dal popolo".
Resta solo l'immagine, anzi tante immagini, tutti abbronzati (tranne Obama, che è così per natura e non per volontà estetica), tutti giovani per sempre, quasi immortali, e tutti divi per un quarto d'ora (lo preconizzava già Andy Warhol) se non proprio per un quarto di minuto. Ma vale ancora il kalòs kai agathòs dei nostri antenati? E proprio a proposito di Obama e di "bello" come simbolo del "buono": Barack Obama, simbolo vivente della società multietnica e dell'innovazione (che è poi la tradizione del jazz.), sale alla guida del Mondo, e simbolicamente torna il Jazz alla Casa Bianca, guarda caso per merito di un Nero. Un Nero bell'e buono: diciamolo, è davvero un bell'uomo, ma sembra soprattutto che sia davvero buono, e non solo col jazz.
* * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * *
Insomma, la "bellezza" salverà il mondo? Che ne direbbe oggi il poeta russo Majakowsky? E quale bellezza: forse quella appunto virtuale del fotoritocco, quella adulterata del silicone e dei toupet (quello che a Roma si direbbe "er gatto morto sulla testa"), quel circo che la tv (sempre lei) ci ha imposto come Massimo Traguardo Estetico? E per tornare nuovamente al nutrimento: la mozzarella di bufala, ad esempio, è uno dei massimi simboli gastronomici made in Italy, ed ecco che la camorra ci mette dentro la colla vinilica: francamente, di fronte a cose così, passa proprio l'appetito. Un polpettone indigesto, quello sinora presentato sulle tavole di questo Paese. Ma qui a Maratea è diverso, qui si bada alla qualità di ciò che si mangia. E in arte non è dissimile dalla cucina, è sempre questione di (buon) gusto.
La bellezza salverà il mondo. Crediamoci, allora, e ricerchiamola dove possibile: ma non la bellezza anabolizzata di un mondo sempre più inumano, ma quella naturalmente umana, spia di un ottimo stato di salute psicofisica dell'essere umano, quella mens sana in corpore sano che proviene da una dieta e varia, incentrata sulla buona qualità del cibo, che abbiamo detto sin qui equivalere alla cultura. Nutrimento per il corpo, appunto, e anche nutrimento per lo spirito. Fate allora bene attenzione a ciò che mettete nel piatto a tavola, o sul piatto del giradischi (se ne avete ancora uno).
Aldo Bagnoni
Direttore Phonetica Jazz Festival |
 |
 |
 |
|