Aldo Bagnoni Love is a Dangerous Necessity
Ospite Daniele D'Agaro spettacolo di jazz e poesia
Venerdì 7 agosto 2009
Palazzo Tarantini, Piazza Europa - Maratea
h. 21.30
L’amore è argomento abusato, è un luogo comune, cosa si può dire ancora su di esso dopo secoli e secoli di romanzi, poesie, canzoni, leggende, tragedie che ad esso si ispirano? Questo, a voler essere davvero cattivi e radicali nei confronti di questo argomento, senza che questa negatività si rivolga invece al sentimento stesso, puro e positivo perché motore mobile del mondo. Occuparsene potrebbe quindi apparire una mancanza di fantasia, una banalità. Eppure l’amore ci affascina, sempre, tutti. Come farne a meno? O meglio, come fare a meno di pensarci, di soffermarcisi sopra come una farfalla su di un fiore? E non solo per un’ attrazione estetica od organolettica (è il suo profumo ad attirarci), ma proprio per una necessità fisiologica: possiamo nutrirci dell’amore.
L’ideatore di questo spettacolo, Aldo Bagnoni – musicista appassionato di jazz quanto di poesia - non fa eccezione rispetto a tanti, a quasi tutti, e con l’incoscienza tipica di chi aspira a realizzare un prodotto artistico sincero, ha scelto comunque di occuparsene, già diversi anni fa. Il titolo è stato mutuato da una delle meno note composizioni del celeberrimo contrabbassista statunitense Charles Mingus (la si trova in “Pithycantropus Erectus”), ed il suo senso appare molto chiaro: l’amore è pericoloso e necessario al tempo stesso, in questo suo agrodolce porsi nei confronti dell’animo umano sta il suo reale punto di forza, il suo fascino inossidabile. Quella stessa composizione di uno dei più grandi musicisti di jazz di tutti i tempi, nel suo trascolorare da un’introduzione drammatica e lancinante ad un pigro e sensuale andamento blues nel suo sviluppo, rende bene questa dicotomia sentimentale (e del resto già lo stesso blues, nel suo essere ambiguamente a cavallo tra tonalità maggiori e minori, può rendere simbolicamente l’idea del subbuglio che pervade cuore e mente di chi sia preda dell’amore). Il caso vuole che proprio quest’anno ricorra il trentesimo dalla morte di Mingus, e questo spettacolo viene perciò dedicato con rispetto ed affetto alla sua figura di uomo fortemente passionale, ed al suo monumentale lavoro musicale, ricco di amore (e spesso anche di odio, che ne è poi il contraltare sentimentale). Ancora il caso – anche se è difficile da credere – vuole che il 2009 sia anche il centesimo anniversario della nascita del grande sassofonista Lester Young, e contemporaneamente il cinquantesimo della sua scomparsa: e proprio a Young - medium Marco Tizianel - tocca aprire lo spettacolo, interloquendo con l’autore che parla di un aneddoto vero della vita: cioè quello che volle per Lester la scelta del suo sax successiva a quella della batteria, per motivi squisitamente artistici: infatti, smontare ogni sera la batteria dopo il concerto gli impediva di correre dietro alle ragazze come facevano gli altri suoi colleghi. L’amore fa fare cose impreviste, persino cambiare il proprio strumento…
“Love is a Dangerous Necessity” fu in effetti presentato da Aldo Bagnoni già nel 1998, nell’ambito del festival pugliese “Jazz & Altro”, e nella sua prima stesura coinvolse Gaetano Partipilo (sassofoni), Giorgio Vendola (contrabbasso), nonché uno dei migliori chitarristi contemporanei, il franco-vietnamita Nguyên Lê e l’attore Marcello Prayer. Quest’oggi, revisionato e presentato a Maratea come produzione di questa seconda edizione del festival, si avvale di altre prestigiose presenze: l’originale pianista lucano Stefano De Bonis, un grande amico del PHONETICA Jazz Festival, dalla carriera di respiro internazionale; il giovane ma già esperto contrabbassista pugliese Francesco Angiuli, oggi residente in Olanda; ed infine uno dei migliori e più generosi solisti italiani, anch’egli legato all’ambiente jazzistico dei Paesi Bassi, Daniele D’Agaro: collaboratore di grandi nomi del jazz e dell’improvvisazione internazionale (tra cui Han Bennink, Erst Glerum, Tristan Honsinger, Richard Teitelbaum, Tobias Delius, Sean Bergin, Louis Moholo, Mark Helias, Mola Sylla, Wolfgang Puschnig, Gianluca Petrella etc.), quest’anno il sassofonista e clarinettista udinese si è segnalato brillantemente al primo posto della sua categoria nel famoso “Top Jazz”, il tradizionale referendum della rivista italiana “Musica Jazz”. A rendere più esplicita la situazione, attraverso la sua voce ed i testi di Aldo Bagnoni, il versatile attore padovano Marco Tizianel, uomo d’azione già avvezzo all’incontro della parola col suono nei suoi spettacoli ed autore egli stesso di piéces teatrali. Aldo Bagnoni, dal canto suo, in oltre trent’anni di attività, ha suonato con musicisti di grande rilievo, in gran parte legati al jazz ed alla musica di ricerca (Stefano Battaglia, Tim Berne, Roberto Cecchetto, François Corneloup, Furio Di Castri, Paolo Fresu, Michel Godard, Robin Kenyatta, Nguyên Lê, Claudio Lugo, Gavino Murgia, Yves Robert, Louis Sclavis, Daniele Sepe, John Surman, Claude Tchamitchian, Pietro Tonolo, Gianluigi Trovesi, Massimo Urbani ed altri), coinvolgendo alcuni di loro in propri progetti, in cui ha anche avuto modo di lavorare sull’incontro tra jazz e poesia.
Tutto il percorso nel suo svolgimento traccia un parallelo tra testo e musica. Le poesie prendono infatti in gran parte il loro titolo da brani più o meno celebri del repertorio jazzistico (senza far ricorso a reperti mummificati, ma piuttosto ad oggetti ricercati, ancora vivi e palpitanti, da Berlin a Rava, da Porter a Coleman), ed ogni intestazione fa riferimento ad un differente clima emozionale (esaltazione, tristezza, cinismo, speranza…) con libertà, una caratteristica mutuata proprio dal miglior jazz. La relazione con l’argomento musicale a volte si fa esplicita, altre è solo implicita: il jazz, del resto, è uno stile di vita e pensiero oltre – e forse prima – di essere un genere musicale. Amore e libertà, insomma, possono convivere felicemente.
Parlando di amore per il tramite del jazz non si può quindi evitare la riflessione su come si debba sempre intendere le cose in senso ampio, e smettere di guardarsi l’ombelico: l’amore cui ci si riferisce non consiste solo in quello fisico o spirituale per un’altra persona, ma può essere inteso in maniera più estensiva: quello slancio, ad esempio, che si attua nei confronti della musica, e che diviene allegoria di tutto ciò che nella vita si persegue fortemente, cui si dedica la propria esistenza. In questo senso vi è la presenza in scaletta (frammentata in vari momenti per amore di varietà) di un lavoro che prende il titolo da un intenso capolavoro di John Coltrane, la suite “A Love Supreme” (e nello stesso disco, tra l’altro, era contenuta una poesia del grande sassofonista). In quaranta sestine si celebrano il mondo e le figure del jazz – legandosi idealmente all’epico poema “ Antologia di Spoon River” di Edgar Lee Masters –, ma non si è inteso scolpire una serie di epitaffi su altrettante pietre tombali, bensì chiamare all’appello, resuscitare alcuni tra i fondamentali protagonisti di questa musica, dalle sue origini arcaiche sino ai nostri tempi più recenti. Di ogni famoso musicista citato in causa viene schizzato un breve profilo psicologico e biografico: i più appassionati ed esperti tra il pubblico potranno anche divertirsi ad identificare riferimenti o titoli di una o più composizioni legate alla carriera di ciascun musicista chiamato in causa.
Stasera, allora, si parla (e si suona) di amore: quella parte della nostra vita così necessaria (seppure pericolosa), così indispensabile, così potente “che muove il sole e l’altre stelle”, come dice il Poeta… |
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